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Anatolia & Cappadociala la Turchia su due ruote

Pubblicato il 01/09/2019
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Quando l'amico Jacopo mi ha proposto di andare in Turchia, ero spiazzato, adoro viaggiare, questo è risaputo, ma avevo ancora sotto la pelle Tsitsernakaberd e le sue drammatiche immagini. Oltrepassare un confine che oggi è fisicamente invalicabile, quello Turco-Armeno, aggirandolo, mi sembrava di tradire la memoria di quelle persone. Passare da un piccolo paese, post-socialista, pieno di contraddizioni, ad un paese muscolare come la Turchia pieno di sicurezze, mi intimoriva.

Era come scegliere tra una strada piena di curve, bivi, buche, polvere e una liscia diritta autostrada che sembra andare veloce in un’unica direzione, senza conoscere il pedaggio da pagare alla fine.

Bene, io istintivamente scelgo sempre la prima, il dubbio del bivio, l’incertezza della scelta, la riflessione che provoca una buca sul cammino.

Allora perché andare, perché scegliere questa meta, cosa mi ha fatto cambiare idea?

Una piccola scritta, la radice di un nome, l’origine di una parola “Türk”.

Türk è un sostantivo etnico, che è proprio di un popolo, che individua un aggregato sociale, questa piccola parola trova l’origine, la sua prima iscrizione nella valle del fiume Orkhon in Mongolia.

Ho visitato quello sperduto luogo, ho provato emozioni fortissime nell’attraversarlo, mi sono perso in un mare d’erba, lungo un fiume libero di esondare, di scegliere un percorso, in una valle che sembrava dipinta, tra marmotte, aquile, yak.

Dopo ore senza vedere la presenza di un uomo ho incontrato un cavaliere mongolo, cacciava con il falco, a torso nudo, guidando il cavallo solo con la forza delle gambe, mi è venuto incontro, mi ha sorriso, io con la mia minuscola moto cinese, lui a cavallo di un takhi siamo rimasti lì fermi uno di fronte all’altro in un accogliente saluto senza parole. La vita porta sempre dei dubbi sulla strada da percorrere, questa però è una curva che devo svoltare, perciò non resta che tirare su la cerniera della mia fedele Ortlieb e partire.

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