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India Moto Challenge: Rajasthan Edition“Cento pagine di India”

Pubblicato il 01/02/2020
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Sembra che l’inverno sia già alla fine, ho passato questo strano tiepido inverno contando i giorni.

Una smania insofferente rendeva difficile il quotidiano.

La partenza è sempre uno spartiacque, c’è sempre un prima e un dopo, un po’ di tempo fa, chiudendo la valigia, avevo costantemente la sensazione di aver dimenticato qualcosa di importante, ora potrei partire con solo gli abiti che indosso, come se la parte piena della vita fosse dall’altro lato.

Come se “di là” ci fosse tutto quello di cui ho bisogno.

Con il tempo ho scoperto che non erano le cose che potevo aver scordato a darmi ansia, ma la paura di non essere adeguato al mondo, la paura di lasciare la comodità di una costruita conosciuta routine.

Quella routine che mi rendeva preferibile un comodo chiuso recinto di cose note, che mi legava, mi teneva ingabbiato, in un quotidiano senza imprevisti.

Quante volte mi sono sentito dire, ma dove vai? Che ci vai a fare?

Chi poneva la domanda non poteva sapere, quante volte mi ero posto lo stesso interrogativo, per scoprire poi, piano piano, che la vita non è allontanare, levare cose, per lasciare solo quello che non ci fa paura, spesso solo perché non lo capiamo, ma aggiungere scoprire le mille facce del mondo che solo insieme ti spiegano la vita.

In questo viaggio tornerò in Rajastan, quando si è presentata l’occasione non ho esitato, ho accettato l’invito quasi senza pensare, poi mi sono chiesto perché tornare in luoghi dove ho già posato i miei passi?

Come in un dialogo, mi sono immediatamente risposto e la replica era molto semplice, “perché la volta scorsa non ero pronto”.

Non ero preparato ad affrontare l’estremo della miseria.

Mi imbarazzavano i sorrisi dei bambini di strada che ti tirano per la giacca nella spasmodica ricerca di una moneta, trovavo insopportabile il contrasto con le magnifiche dimore dei Maharaja.

Mi intimoriva affrontare la spazzatura che spesso ricopre la strada e confrontarmi con gente che vive di mille precari lavori.

Non ero pronto a calarmi in realtà difficili, confesso che spesso ho girato la testa con profondo disagio, ho cercato di allontanare gli occhi da ciò che ritenevo insopportabile e ho provato a trattenere con lo sguardo solo ciò che ritenevo “bello”, isolato dal contesto.

Non è che oggi sono cinicamente più forte, che qualcosa è cambiato, provo sempre disagio.

La scatola degli arnesi, con cui affronto la vita è sempre la stessa, sarebbe impossibile cambiare quello che ha formato i sedimenti della mia storia.

Credo però nella forza del racconto. Credo nelle parole, anche se convincerò una sola persona a compiere un viaggio sulla strada, in mezzo alla gente, per ritrovare il pieno del quadro di insieme, senza paure, questo lo considererò un successo, per cui vale la pena di scrivere, viaggiare e raccontare.

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